Un gruppo di studenti dell’IBM ha realizzato un nuovo sistema di riconoscimento vocale in grado di aiutare le persone non udenti. La tecnologia si chiama SiSi (Say it Sign it) e consente di ‘tradurre’ la lingua parlata (inglese, almeno per ora) con il linguaggio dei segni, grazie ad un avatar. Il sistema, che riunisce svariate tecnologie informatiche, messe a punto dal team di ricerca IBM di Hursley, nell’ambito di un programma di stage aziendale che ha riunito 80 tra i migliori studenti di tutta Europa, è in grado, attraverso un modulo di riconoscimento vocale, di convertire la lingua parlata in British Sign Language, che SiSi a sua volta tramuta in gesti. Tali gesti vengono poi utilizzati per animare un avatar, selezionato in dimensioni ed aspetto dall’utente stesso. Questo sistema offre delle potenzialità, insperate fino a qualche tempo fa, capaci di rendere la vita molto più semplice alla comunità non udente. Questo tipo di tecnologia permetterà, infatti, a qualsiasi tipo di oratore in qualsiasi contesto, sia esso didattico o scolastico, di avere un soggetto digitale proiettato alle spalle che convertirà quello che stanno dicendo in linguaggio dei segni. In questo modo, anche in mancanza di una persona che funge solitamente da interprete, ci si potrà affidare alla ‘mediazione’ di una figura virtuale elettronica animata. Il web promette di diventare, a breve, accessibile a tutte le persone non udenti.
All’ultimo Internet Governance Forum tenutosi a Rio de Janerio l’attenzione è stata posta sulla necessità di un Internet Bill of Rights, una carta dei diritti della rete. Le parole del sottosegretario Beatrice Magnolfi, alla vigilia del forum, riassumono perfettamente l’attuale situazione e a cosa deve ambire una carta dei diritti del web: “il tumultuoso sviluppo di Internet sta investendo tutti i diritti umani, dimostrando da un lato la fragilità delle misure sinora poste a loro protezione e dall’altro, straordinarie potenzialità di nuove affermazioni degli stessi diritti, in grado di rafforzare la democrazia. La Carta dei diritti della Rete vuole essere proprio lo strumento, internazionale e multistakeholder, mediante il quale raccogliere queste potenzialità e tradurle nella definizione delle nuove generazioni di diritti. Siamo certi che Rio de Janeiro sarà una tappa decisiva in questo cammino”. Dal nostro paese, negli ultimi anni, è partito un movimento che ha coinvolto molti settori di diversa estrazione, conscio della necessità di uno strumento garante delle libertà e dei diritti di chi attraversa il mondo della Rete, come aspira ad essere, appunto, l’Internet Bill of Rights.
Nel corso di quest’anno si è verificato un forte attivismo in questo senso anche da parte del mondo economico. In primis la proposta di Google di istituire presso l’Onu una Global Privacy Counsel che dovrebbe dare maggiori garanzie in materia di dati personali, poi la presentazione da parte di Microsoft (a luglio) dei suoi Privacy Principles e l’iniziativa congiunta di Microsoft, Google, Yahoo! e Vodafone di pubblicare entro la fine del 2008 una carta per la tutela della libertà di espressione su Internet. Queste iniziative sono da prendere in considerazione, ma allo stesso tempo vanno guardate con sospetto e devo essere scavalcate da un’iniziativa di stampo popolare, come auspica il professor Stefano Rodotà sulle pagine di Repubblica. Gli impulsi sorti da queste proposte provengono, infatti, dall’alto, da soggetti privati e vale a dire da entità che proporranno solo garanzie e diritti in linea con i loro interessi. Secondo Rodotà, e anche secondo la sottoscritta, è necessario che sia una pluralità di attori, a livelli diversi, a mettere a punto regole comuni per arrivare ad una piattaforma di diritti fondamentali.